In Inghilterra per le riprese nel 1971 de “I racconti di Canterbury”

Pasolini in "I racconti di Canterbury"

Tra settembre e novembre 1971, a parte le scene d’Inferno girate sull’Etna,  Pasolini realizzò in Inghilterra il film I racconti di Canterbury, dai Tales omonimi di Chaucer, seconda parte del trittico da lui stesso definito Trilogia della vita. Tra Canterbury, l’Abbazia di Battle, Warwick, Maidstone, Cambridge, Bath, Hastings, Lavenham, Rolvenden, in una location del Nord Europa per lui insolita, ricostruì così le atmosfere popolari del Medioevo inglese, su cui tuttavia, accanto al filone di una vitale, sguaiata  libertà, scorre un più cupo sentore di morte.

 In Inghilterra per I racconti di Canterbury

I racconti di Canterbury è il secondo film di quella che lo stesso Pasolini  definì  Trilogia della vita e che comprende anche il primo tassello con Il Decameron e l’ultimo con Il fiore delle Mille e una notte. Il riferimento è, questa volta, alle novelle di Geoffrey Chaucer, del quale nel film Pasolini stesso ricopre il ruolo.
Su alcuni aspetti relativi alle origini letterarie del film, il regista risponderà così in un’intervista: «I racconti di Canterbury sono stati scritti quarant’anni dopo il Decameron ma i rapporti tra realismo e dimensione fantastica sono gli stessi, solo Chaucer era più grossolano di Boccaccio; d’altra parte era più moderno, poiché in Inghilterra esisteva già una borghesia, come più tardi nella Spagna di Cervantes. Cioè esiste già una contraddizione: da un lato l’aspetto epico con gli eroi grossolani e pieni di vitalità del Medioevo, dall’altro l’ironia e l’autoironia, fenomeni essenzialmente borghesi e segni di cattiva coscienza» (cit. In Nico Naldini, Pasolini, una vita, ried. Tamellini, Verona 2014, p. 433).
All’inizio del film, Chaucer/Pasolini si unisce idealmente ai molti pellegrini diretti all’Abbazia di Canterbury; in seguito Pasolini rappresenterà il narratore che, all’interno di uno studio, penserà e scriverà i racconti.
I temi di Canterbury sono, come in Decameron, sesso, amore e morte, con un’accentuazione di quest’ultima: in tutti gli episodi, vengono infatti rappresentati un funerale o un assassinio o un condannato a morte o un moribondo.
Pasolini affronta poi con grande ironia i temi della violenza esercitata dalla ricchezza e dell’immoralità del potere. La sgradevolezza dei personaggi dei ceti “alti” è messa in particolare risalto da un trucco molto pesante, carico, volgare.
Nella gente comune (come al solito Pasolini utilizza attori non professionisti) si ritrovano la stessa gestualità, le stesse espressioni e fisionomie di quelle presentate in Decameron.
La musica (curata da Ennio Morricone) si richiama a canzoni popolari inglesi medievali e rinascimentali. Riappare la famosa canzone napoletana Fenesta ‘ca lucive (già utilizzata in Decameron) – che parla della morte improvvisa di una giovane donna – quasi a costituire un ulteriore richiamo al tema della morte.
Una delle regole più rigorose, nei film di Pasolini, è quella di eseguire un doppiaggio integrale. «Il doppiaggio – diceva Pasolini- deformando la voce, alterando le corrispondenze che legano il timbro, le intonazioni, le inflessioni di una voce, a un viso, a un tipo di comportamento, conferisce un sovrappiù di mistero al film. Con il fatto poi che molto spesso, se si vuole ottenere un rapporto determinato tra suono e immagine, un rapporto di valori preciso, si è costretti a cambiare voce. Detto questo, mi piace elaborare una voce, combinarla con tutti gli altri elementi di una fisionomia, di un comportamento… Amalgamare…. Sempre la mia propensione per il pastiche, probabilmente! E … il rifiuto del naturale» (in Naldini, cit., pp. 440-441).
L’edizione italiana dei Racconti di Canterbury fu doppiata in gran parte a Bergamo con le voci di persone scelte nella città e dintorni.

I pellegrini davanti alla Cattedrale di Canterbury, fotogramma dal film

I pellegrini davanti alla Cattedrale di Canterbury. Fotogramma da “I racconti di Canterbury”

Il tema sessuale sarà uno degli elementi di provocazione del film che verrà subito raccolta dai difensori di un ipocrita senso della morale e del pudore. Le denunce per pornografia e oscenità fioccheranno sul film fin dalla sua apparizione nelle sale di proiezione italiane. In un convegno tenutosi a Bologna in quel periodo (15-17 dicembre 1973)  sul tema Erotismo, eversione, merce, Pasolini fece un lungo intervento, nel quale tra l’altro disse (1): «Perché io sono giunto all’esasperata libertà di rappresentazione di gesti e atti sessuali, fino, appunto, come dicevo, alla rappresentazione in dettaglio e in primo piano, del sesso? Ho una spiegazione, che mi fa comodo e mi sembra giusta, ed è questa. In un momento di profonda crisi culturale (gli ultimi anni Sessanta), che ha fatto (e fa) addirittura pensare alla fine della cultura – che infatti si è ridotta, in concreto, allo scontro, a suo modo grandioso, di due sottoculture: quella della borghesia e quella della contestazione ad essa – mi è sembrato che la sola realtà preservata fosse quella del corpo […] Protagonista dei miei film è stata così la corporalità popolare. Non potevo – e proprio per ragioni stilistiche – non giungere alle estreme conseguenze di questo assunto. Il simbolo della realtà corporea è infatti il corpo nudo: e, in modo ancora più sintetico, il sesso […] I rapporti sessuali mi sono fonte di ispirazione anche proprio di per se stessi, perché in essi vedo un fascino impareggiabile, e la loro importanza nella vita mi pare così alta, assoluta, da valer la pena di dedicarci ben altro che un film. Tutto sommato il mio ultimo cinema è una confessione anche di questo, sia detto chiaramente. E, siccome ogni confessione è anche una sfida, contenuta nel mio cinema è anche una provocazione. Una provocazione su più fronti. Provocazione verso il pubblico piccolo-borghese e benpensante […] Provocazione verso i critici, i quali, rimuovendo dai miei film il sesso, hanno rimosso il loro contenuto, e li hanno trovati dunque vuoti, non comprendendo che l’ideologia c’era, eccome, ed era proprio lì, nel cazzo enorme sullo schermo, sopra le loro teste che non volevano capire».
Per la realizzazione del film furono impiegate nove settimane di riprese in Inghilterra e un lungo lavoro di montaggio e di doppiaggio. «[…] era un periodo molto particolare, ero molto, molto infelice, non ero adatto per una trilogia nata all’insegna della spensieratezza, dello “stile medio”, del sogno, e anche del comico, per quanto astratto», dichiarò Pasolini in un’intervista del 1974 a Alessandro Gennari. «E forse se non fossi stato così infelice, non mi sarebbe venuto in mente di citare Chaplin così apertamente, con bastoncino e cappello». Qui Pasolini si riferisce alla sequenza interpretata da Ninetto Davoli che fa il verso a Charlie Chaplin riproducendone alcune gag famose. Continua il regista: «Devo anche dire che il mondo che ho trovato in Inghilterra, quando giravo Canterbury, era molto diverso; a Napoli e nell’Oriente non avevo confini, potevo scatenare intorno a me questo linguaggio della terra, delle cose, dei vulcani, delle palme, delle ortiche e soprattutto della gente. Invece in Inghilterra […] le persone che sceglievo appartenevano a un mondo ormai storicizzato, borghese, e questa costrizione pesava sul mio stato d’animo. È difficile parlare di un film come test di uno stato d’animo, ma comunque ho un rapporto sempre molto passionale con i film che giro. Si tratta di veri e propri amori» (da Conversazione con Pier Paolo Pasolini, intervista a cura di Alessandro Gennari, “Filmcritica”, n.247,agosto-settembre 1974).

Nota

(1) Tetis è il titolo dell’intervento di Pasolini al convegno Erotismo, eversione, merce, organizzato a Bologna (15-17 dicembre 1973) con il proposito di «analizzare teo­ricamente la funzione sociale e quindi politica dell’Eros». Uscì anche nel volu­me  omonimo, a cura di Vittorio Boarini (Cappelli, Bologna 1973), che compren­de, tra gli altri, interventi di Félix Guattari, Alberto Lattuada, Nanni Loy, Fernanda Pivano, Gianni Scalia, Elémire Zolla. Il titolo del saggio è legato alla convinzione, più volte riaffermata da Pasolini che “tetis” in greco si­gnifichi «sesso, sia maschile che femminile». Dalla stessa convin­zione deriva anche il nome di Carlo di Tetis per una delle due personificazioni del protagonista di Petrolio.
Il saggio è leggibile in Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W. Siti e S. De Laude, “Meridiani” Mondadori”, Milano 1999, pp. 257-264)

I racconti di Canterbury (1972)


da The Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer

Scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini
Fotografia Tonino Delli Colli; scenografia Dante Ferretti; costumi Danilo Donati
Musica scelta da Pier Paolo Pasolini con la collaborazione e l’elaborazione di Ennio Morricone
Montaggio Nino Baragli; aiuti alla regia Sergio Citti, Umberto Angelucci; assistente alla regia Peter Shepherd.
Interpreti e personaggi Hugh Griffith (Sir January); Laura Betti (la donna di Bath); Ninetto Davoli (Perkin il buffone); Franco Citti (il diavolo); Alan Webb (il vecchio); Josephine Chaplin (May); Pier Paolo Pasolini (Geoffrey Chaucer)
Produzione PEA Produzioni Europee Associate, Roma; produttore Alberto Grimaldi
Pellicola Kodak Eastmancolor; formato 35 mm, colore; macchine da ripresa: Arriflex
Sviluppo e stampa Technicolor; sincronizzazione Cinefonico Palatino; missaggio Gianni D’Amico
Distribuzione United Artists Europa
Riprese settembre-novembre 1971;  interni Safa Palatino (Roma); esterni Canterbury, Abbazia di Battle, Warwick, Maidstone, Cambridge, Bath, Hastings, Lavenham, Rolvenden (Inghilterra); Etna (Sicilia)
Durata 110 minuti
Prima proiezione XXII Festival di Berlino, 2 luglio 1972
Premio Orso d’Oro al XXII Festival di Berlino  

 

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